Bene gente, archiviato -per sempre- l'argomento uomini, devo dire che la mia vita procede a meraviglia tra dilettevoli sollazzi e frizzanti novità.
Ieri pomeriggio, per esempio, mi ferma la capa megagalattica della palestra spaziale e mi porge un'inquietante scatola nera.
La capa megagalattica all'inizio dell'anno mi sorrideva e mi dava sempre la chiave dello spogliatoio col mosaico verde e blu con le papere, poi l'istruttore di body building (per cui ella nutre un folle amore non corrisposto) ha avuto la sconsiderata idea di invitarmi al week-end del fitness a Terrasini (abbassate le penne, ho rifiutato) e da quel momento lei mi guarda come se volesse sciogliermi viva nell'acido e, per cambiarmi, mi dà la chiave dei cessi dei Filippini.
Capirete quindi il mio fondato timore nel domandare "E questo cos'è?"
"Il microfono. Da oggi lo usi"
Javol, mein Führer! sto per rispondere, ma evito.
La mia attenzione, infatti, è già stata inesorabilmente calamitata da quell'aggeggio infernale, mentre nei recessi del mio ippocampo si risvegliano ricordi infantili sepolti da tonnellate e tonnellate di episodi di Centovetrine.
Perchè, per chi appartiene alla mia generazione, e non è necessario specificare quale, il microfonino che si aggancia vicino alla bocca rievoca una sola, incontrastata immagine: la mamma di Megaloman.
La mamma di Megaloman era il mio mito personale.
Mentre Takashi-Megaloman lottava con la sua deliziosa tutina rossa contro gli orripilanti mostri inviati da capitan Delitto -che praticamente era Takashi con le orecchie di Monciccì- mostri che avrebbero dovuto in teoria sterminare il genere umano ma non si capiva bene come, dal momento che tutto ciò che riuscivano a fare era agitare le braccine di gommapiuma, e comunque lottavano strenuamente fino a che non venivano inesorabilmente fatti fuori dall'unica arma letale di Megaloman, la fiamma di Megalopoli, che voglio dire, tanto lo sai che alla fine schiattano solo con quella, cazzo lotti a fare tre ore con gli spadini, insomma mentre si consumava questo indegno teatrino tra le montagne di cartapesta, la mamma di Megaloman se ne stava bella bella nel rifugio antiatomico a parlare col figlio tramite -appunto- il mitico microfonino attaccato alla bocca.
Per imitare la mamma di Megaloman, già alla tenera età di cinque anni avevo avuto il luminoso insight di mettermi il cerchietto per capelli per traverso sulla faccia, con l'estremità conficcata direttamente dentro le tonsille.
Che bei ricordi.
Capirete insomma la struggente malinconia che mi ha assalito mentre ieri pomeriggio mi agganciavo l'aggeggio infernale alle orecchie e schiacciavo il tastino ON.
Invece del classico prova prova, la suddetta malinconia mi ha spinta all'impulso irrefrenabile di portarmi le mani al viso, sfoderare lo sguardo disperato e liberare infine quell'urlo sopito da decenni -Takashi! Takashi mi senti?- proprio nell'istante in cui la capa megagalattica saliva le scale della sala fitness per il suo solito giro di perlustrazione.
Diciamo che tutto sommato poteva prenderla peggio, via.
Se comunque le nuove generazioni di lettori volessero essere così gentili da evitare di sottolineare il fatto che, quando io guardavo Megaloman, loro non erano ancora nati, gliene sarei estremamente riconoscente.